Blogstorming: allattamento


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   Partiamo dalle premesse: a me allattare piace. So che va di moda fare la vittima e lamentarsi di quanto i bambini soffochino i genitori, ma ad essere sincera rimango del parere che noi genitori dopotutto ce la siamo cercata, per cui preferisco vedere il lato positivo del fatto che mio figlio ancora non mi trascuri per andare a giocare a pallone con gli amici.

   Certo, l’allattamento per me non è stato sempre così idilliaco. Il consiglio giusto (se così lo vogliamo chiamare) me l’ha dato un’amica qualche mese prima di partorire – Vuoi allattare? Ti avverto che fa male.
   Incredibile.
   Ci tartassano con l’iconografia classica della mamma col bambino (a partire dalle Madonne in tutte le salse), di centinaia di foto in cui questi cosini piccolissimi mentre bevono fissano la loro mamma (in realtà si tratta di strabismo infantile), ci ripetono centinaia di volte che è una delle cose più belle che esistano e che se non la facciamo ce ne pentiremo a vita. E poi il pupo ci guadagna in salute – ed è pure più intelligente, a sentire la nostra pediatra.
   Ecco, se ci dicessero subito, come hanno detto a me, che allattare è doloroso, almeno una saprebbe a cosa va incontro, invece di rimanere scioccata quando è già all’ospedale ed essere poi sommersa dai sensi di colpa. Tutte hanno il diritto di prepararsi psicologicamente, no? Dovete dirci tutto, e poi scegliamo, con consapevolezza.
  
   Ed eccomi, nel mio dopoparto non convenzionale – vedi: un’attesa cominciata quasi ventiquattro ore prima, e io tutta allegra per via dell’epidurale – che mi mettono subito il piccolo al seno per vedere se beve. Il piccolo, al contrario della mamma, è incazzato nero (non l’avrò aiutato abbastanza per via dell’epidurale?) e non ci pensa nemmeno a ciucciare. Lo portano a fare gli esami, provano a ridarmelo: niente.
   Per fortuna mi trovo in un ospedale dove vige il culto dell’allattamento: il bimbo non si becca niente che non sia uscito da me, al massimo le infermiere si offrono di conservare del latte che ho pompato. Questo perché il biberon è più facile da prendere, e perché il bimbo sazio non avrà nessuna voglia di sforzarsi a succhiare il latte da una neomamma terrorizzata.
   Andiamo avanti a tentativi maldestri per due giorni.
   Al terzo il piccolo è sceso di peso quasi al limite minimo consentito, e comincia la terapia: quindici minuti per parte, ogni tre ore, anche di notte, seguite da quindici minuti per parte col pompatore elettrico, un aggeggio giallo alto quanto un comò che mi fissa con perplessità e dorme a fianco al mio letto.
   A sera sono vagamente isterica, ma non demordo. Chiamo centinaia di volte le infermiere per trovare la giusta posizione, guardo con imbarazzo il latte – sempre più bianco – colare per i tubi del pompatore, riempio meticolosamente con la matita la tabellina che mi hanno dato... e finalmente vinco! Il piccolo comincia a crescere a ritmo serrato, e la mia produzione di latte si assesta – ed è ancora stabile.
   Certo, i primi mesi è massacrante doversi mettere continuamente il piccoletto al seno, anche perché, sì cavolo, diciamocelo, un po’ male fa! Però, vi dirò, ne vale la pena, anche solo per godersi tutte le espressioni che il bambino fa, e che nessun’altro tranne voi può vedere (e il male comunque passa dopo pochi mesi).

   Questo dunque il mio messaggio alle neomamme: non vi arrendete! E non permettete a nessuno di dirvi che non avete latte. Prima provate, provate e riprovate. Non è facile, ma ce la potete fare! Se poi non volete allattare, va benissimo – ma la scelta dev’essere vostra, non altrui.

   Ps: ringrazio la Trimamma per la segnalazione del tema del mese, se era per me finiva che rimandavo l'argomento all'infinito.

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