Fate la nanna


   Fate la nanna è un libro di Eduard Estivill che ho trovato molto criticato su internet, da persone che l’hanno letto e soprattutto da persone che non l’hanno letto. Già mi aspetto un marasma a seguito del mio intervento, ma a me il libro non è dispiaciuto, anzi, l’ho trovato utile.
   Prima di tutto il metodo non consiste, come ho letto spesso, nel “lasciar piangere” il bambino. L’idea di base è che sia necessario per il bambino imparare ad addormentarsi da solo, in modo che sviluppi un corretto rapporto col sonno ed eviti di incorrere in disturbi frequenti negli adulti. Riposare bene è essenziale per vivere, per affrontare in modo corretto il gioco, la scuola, il lavoro, tutto.
   Come si fa a far riposare bene un bambino? Abituando il piccolo ad addormentarsi senza aiuti esterni, o meglio, senza aiuti esterni che non possano rimanere con lui tutta la notte, quindi: sì all’orsacchiotto, no alla mano di mamma! Tutti ci svegliamo durante la notte per pochi impercettibili minuti. Il bambino che al microrisveglio si accorge che gli manca qualcosa – vedi: mamma – è probabile che si spaventi e pianga, mentre il piccolo che apre gli occhi e vede l’orsacchiotto che stava abbracciando si sente al sicuro e con ogni probabilità si riaddormenterà subito.
   Per abituare il bambino a far a meno della mamma, l’unico sistema è quello di lasciare che si addormenti da solo, dopo averlo preparato e aver passato del tempo insieme; il primo giorno dopo aver lasciato la stanza si potrà rientrare nella cameretta a intervalli di tre e cinque minuti e poi col passare dei giorni gli intervalli diventeranno mano a mano più lunghi.
   La risposta al problema è piuttosto semplice, dunque, ma è simpatico leggersi il libro perché il dottore si sforza di incoraggiare i genitori, specialmente quelli vittime di un bambino già un po’ grandicello, che già sa camminare e parlare. Inoltre il libro fornisce indicazioni preziose sul sonno: quante ore devono dormire i bambini a seconda della loro età, quanti pisolini sono consigliati, come si può capire se il disturbo del sonno è legato a una patologia.
   Non si tratta affatto di lasciar piangere il bambino, come ho trovato scritto da molte parti. Quel metodo esiste (lo cita per esempio Heidi Murkoff in What to Expect the first Year), ma qui ci troviamo decisamente prima della soglia di crudeltà. Dopo cinque giorni di “trattamento” si rientra in camera dopo undici minuti, dopo dieci giorni si rientra dopo venti, ammesso che ce ne sia ancora bisogno. Non mi sembra così crudele. Trovo più ingiusto abituare un bambino a dipendere da me, anche per dormire. Noi mamme rischiamo spesso di intrometterci tra i nostri piccoli e la vita, dimenticando che il nostro ruolo non è solo di proteggerli, ma è soprattutto di insegnarli ad affrontarla anche da soli, la vita. E si comincia anche con un buon rapporto col sonno.
   Ovviamente, questo non è l’unico metodo (spero di poterne riparlare più avanti) e ognuno è libero di adottare quello che crede.

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