Per una questione femminile?



    Questa volta due righe prima di affrontare l’argomento del mese proposto dal Blogstorming di Genitori Crescono.
   Ci tengo semplicemente a precisare che non è affatto facile affrontare l’argomento della questione femminile perché è davvero troppo ampio e perché, anche non volendo, si toccano molti tasti dolenti. Spero davvero di non essere fraintesa. Spero che in caso si dubbi avrete voglia di parlarne con me, di discutere. E poi vorrei ringraziare Vittoria, che è davvero una donna eccezionale (intraprendente, flessibile, con un gran senso dell’umorismo… prendete nota!), per aver trovato il tempo di leggere il mio post prima della pubblicazione e avermi mandato in anteprima i suoi commenti. È stata davvero dura stavolta!


    Se penso alla questione femminile la prima cosa che mi viene in mente sono tutte quelle donne che conosco che amano definirsi “femminista”. Lo ammetto, la mia prima reazione è sempre di perplessità. Di femminismi ne esistono tanti e quando mi trovo davanti a una “femminista” vorrei tanto sapere che cosa intende. Ci sono forme di femminismo che mi piacciono, come quello nero, e altre menzioni di femminismo che mi sembrano puramente di moda e fastidiose, come sono d’altronde a volte le rivendicazioni “inutili” (per ridere, penso agli omosessuali Fabio & Fabio dei Soliti Idioti).
   Se vogliamo parlare di questione femminile parliamone, anzi, ne parlo più che volentieri visto che sono in dolce attesa di una bambina. Però parliamone come di una delle tante questioni che ci dobbiamo porre in questi tempi, non come se fosse il perno attorno cui ruota ogni nostra azione quotidiana.
   Lo ammetto, sono traumatizzata da una professoressa d’inglese che non voleva lasciarmi leggere qualunque autore avesse mai peccato di misoginia – a scapito di ogni prospettiva storica. Ma, veramente, ci sono affermazioni che mi fanno passar la voglia essere donna a volte. Vorrei che fossimo donne in modo più intelligente, meno aggressivo, e soprattutto più nostro – noi, che a volte sembriamo aver assimilato tutto il peggio della nostra società: antagonismo, vanità, egoismo, cattiveria.
   Forse il modo più semplice è pensare a cosa vorrei per mia figlia. Ci sono tante cose che mi spaventano, e in particolare tante pressioni cui spero troverà la forza di resistere. Dalla necessità di avere a quella dell’apparire, cui i nostri bambini sono esposti sempre più presto. Spero che abbia un’infanzia di durata normale, e non di dover lottare con un’adolescente in minigonna tra soli dodici anni. Spero che non senta il bisogno di truccarsi, di fumare, di bere, di far sesso, anche se non è quello che ha voglia di fare. Spero che non senta il bisogno di dimostrare di essere la migliore, che se ne vada tranquilla per la sua strada e non veda chi le sta attorno come un avversario. Spero che non si senta una traditrice se non risponde allo stereotipo di donna in carriera, o a quello di mamma, o a qualunque altro. Che riesca a gestire tutti i ruoli che se la sente di interpretare, senza stress. Vorrei che fosse una persona libera che pensa con la sua testa, capace di ritagliarsi un suo spazio nel mondo.

 
   In modo un po’ provocatorio, permettetemi di riportare qui le parole di Terzani, che, paziente all’MSKCC, osserva stupefatto le donne di New York:
   Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più di venticinque anni in Asia, era la guerra di sessi, combattutta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto ai piedi di un grande albero di Central Park, le stavo a guardare. Le donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime, provocanti, con i capelli a coda di cavallo; più tardi passavano vestite in uniforme da ufficio […] Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti. Tutto quello che la mia generazione considerava “femminile” è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare tutte le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.
   Folco, mio figlio, anche lui cresciuto in Asia, mi aveva raccontato che, pochi giorni dopo essere arrivato da studente alla New York University Film School, aveva cercato di aprire la porta di un’aula per lasciar passare una compagna e quella lo aveva freddato dicendo: “Ehi, tu, credi che io non sia capace di aprire questo cazzo di porta da sola?” Avevo pensato che fosse un’eccezione. No. Era la regola. E più le donne sviluppano muscoli e arroganza, più gli uomini si fanno impauriti e titubanti. […] Il risultato? Una grande infelicità, mi sembrava, specie se quello che mi capitava di osservare in silenzio, da sotto l’albero o dalla mia finestra, era il secondo atto della stessa storia: tante donne sole, sui quaranta, cinquant’anni, molte con la sigaretta in bocca, a portare a spasso un cane che mi pareva avesse il nome di un qualche loro uomo che non c’era più. […]
   Mi venivano spesso in mente le donne indiane, ancora oggi così femminili, così diversamente sicure di sé, così più donne a quaranta o cinquant’anni che a venti. Non atletiche, ma naturalmente belle. Davvero, l’altra faccia della luna. E poi, le donne indiane, come le europee della generazione di mia madre, mai sole; sempre parte di un contesto familiare, parte di un gruppo, mai abbandonate a se stesse.

   Dove siamo finite noi? Ci siamo dimenticate di cosa vuol dire essere donne, sul serio? Di quelle cose che ci rendono semplicemente “speciali” e non migliori o peggiori? Spero per tutte che riusciremo a inventare dei ruoli nuovi, moderni e femminili. Mi auguro che riusciremo a inventarci un nuovo modo di lavorare e di vivere, invece di annaspare in strutture e ruoli che semplicemente non sono adatti per noi. Perché non voglio dire che  non esistono problemi “femminili” – ce ne sono eccome, e forse ne esistono più in Italia che in altri paesi europei: penso a tante manifestazioni pubbliche umilianti dell’ultimo periodo[1], alla disparità degli stipendi, ai soldi alle famiglie per contribuire al mantenimento dei bambini presenti quasi dappertutto tranne che da noi. Però ecco, io mi limiterei a tirare fuori le unghie, e le tirerei fuori di brutto, in queste battaglie dagli obiettivi precisi, invece di ostinarmi in una guerra di principio contro un nemico che nemico non è e spesso mi sembra più in crisi di noi: l’uomo. Non possiamo evolvere da sole.



[1] Si tratta di backlash, e ne parla per esempio Giovanna Campani in Veline, nyokke e cilici. Femministe pentite senza sex e senza city.

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