Sulla discriminazione delle consumatrici



Ci sono discussioni calde che si sviluppano da un blog all’altro (in fondo al post trovate tanti articoli che v’invito a consultare) senza bisogno che siano ‘dettate’ da un sito di riferimento.
È il caso del processo di ‘pinkizzazione’ che vede vittime le nostre bambine: a scatenare il dibattito le nuove linee al femminile della Lego (che per fortuna nel restyling dovuto alla crisi ha messo in commercio anche idee carine e unisex, come i Lego di Harry Potter) e un video di incredibile successo in cui una bambina americana lamenta di avere a disposizione solo giocattoli rosa mentre i maschi possono giocare con qualsiasi colore, davanti a un padre che trova più intelligente filmarla piuttosto che risponderle che può tranquillamente prendere quello che le pare, anche se è nel reparto per maschietti.
Si potrebbe qui dibattere di diritti di base dell’infanzia violati in questi anni di facile multimedialità, o cominciare una lunga diserzione sul fatto che i reparti per piccoli uomini mettono anch’essi in vendita delle vere e proprie atrocità (dai mostri violenti alle bave fluorescenti), ma purtroppo il discorso ci porterebbe troppo fuori strada.


Continuando a seguire qua e là la discussione, sono capitata su quest’articolo di Lisa Bloom (autrice di Think: Straight Talk for Women to Stay Smart in a Dumbed Down World) in cui racconta quanto sia importante, parlando con le bambine, provare a mettere l’accento su qualcosa che non sia il loro aspetto fisico in una società dove quindici per cento delle bambine sotto i dodici anni usa il mascara […]; aumentano i disturbi alimentari e diminuisce l’autostima; e venticinque per cento delle giovani americane preferirebbe vincere America’s Next Top Model piuttosto che il premio Nobel.
Nessuno nega che sia importante per una bambina avere una certa autostima riguardo al proprio aspetto fisico, ma non è giusto focalizzare l’attenzione solo su quello: potrebbero finire per considerarla la loro unica risorsa. Il problema del Lego rosa non è il rosa, lo sappiamo tutti. Il problema – malgrado la pubblicità scelta dalla ditta affermi esattamente il contrario! – è il rischio di confinare delle bambine, che ancora stanno formando il loro modo di pensare, nel limite di stereotipi limitati. Le Friends sono veterinarie, estetiste, pasticciere. Se non si riesce a far passare il messaggio che questi lavori vanno benissimo, ma che qualunque gioco e qualunque carriera può essere sognata e intrapresa – e qui non siamo solo noi genitori ad avere il controllo della situazione purtroppo – in un certo senso si finisce per ‘tagliargli le gambe’ in partenza.

Oltre ai giocattoli, i vestiti. Specialmente le marche alla portata di tutti, non fanno che replicare lo stereotipo del rosa declinandolo in tutte le combinazioni possibili. Vi confesso che spendo più per vestire mia figlia che mio figlio, e non perché la preferisca, ma perché per lei faccio più fatica a trovare cose di buon gusto.
Se così è da noi, nell’America citata da Lisa Bloom le cose stanno ancora peggio: basta far un salto nel reparto per bambini dello shop online di Kohl’s e confrontare i reparti. Non vestirei mai mia figlia come se dovesse presentarsi per un provino da Disney Channel, ma non tutti hanno la disponibilità finanziaria, il tempo per fare scorta ai saldi, o la cultura per opporsi. Questa è cultura del costume, e in qualche posto qualcuno ha deciso che questo è quel che tocca alle bambine, e che pensare ‘oltre’ non è per loro.

Incuriosita dall’articolo, sono andata a cercare l’ultima puntata di America’s Next Top Model. Non ho mai visto la versione italiana del programma, ma conosco quella tedesca: mi piacciono gli abiti, il trucco, adoro la fotografia. D’altro canto odio le parti più ‘da reality’ del programma, e di solito quello è il momento che dedico a svuotare la lavastoviglie… nel vedere la versione americana, che mi aspettavo molto più simile alla nostra, ci sono tre cose che mi hanno colpito: lo squallore (in Germania la finale è presentata come un grosso evento, simile a una cena di gala), i tempi e il metodo di giudizio delle candidate. Il programma è velocissimo, non ci sono tempi morti. Si taglia su pause, espressioni, c’è solo un colpo di scena dopo l’altro. Una corsa adrenalinica che non lascia tempo di pensare e immagino quanto possa rincoglionire un’adolescente già confusa dagli ormoni.
Dopo una sola prova le candidate si presentano in una stanzetta di fronte a una giuria che tiene conto non solo delle loro capacità ‘da modella’ (fotogenicità, capacità d’immedesimazione, camminata) ma conteggia la spendibilità delle ragazze. In una stanza chiusa e nuda, tre fanciulle si sentono raccontare quanto sono vendibili al pubblico, quanto feedback hanno ricevuto dai fan, quanto ‘fatturano’. È come se, oltre alle nostre capacità, a un colloquio di lavoro ci chiedessero quanti ‘like’ raccimoliamo ogni giorno su Facebook. Pianti, gioie e dolori sono ridotti, mostrati in rapida sequenza, come ogni altra cosa: la vincitrice può andare avanti in quel bel mondo fatato (che è chiaramente una giungla zeppa di leoni) e le perdenti in pochi secondi sono nell’oblio. Fine. Avanti con una nuova edizione.
Già mi ero spaventata di fronte all’età delle concorrenti di Heidi Klum, e ai rimproveri che erano volati un paio di volte verso le ragazze troppo ‘grasse’ – l’intervento delle FEMEN sul palco poi è stato prontamente cancellato dalla replica disponibile sul web –; figuriamoci l’amaro in bocca che mi ha lasciato vedere come viene gestito il programma oltremare. Ma davvero una ragazzina di quindici anni non è capace di sognare niente di meglio che essere sottoposta al giudizio di persone dello spettacolo, di fronte a tutta la nazione? Lontana dalla famiglia, per mesi, con tutte le telefonate registrate che spesso e volentieri finiscono in televisione?

immagine presa da http://www.thetvinformant.com

Ci sono movimenti in controtendenza, ovviamente. Dai negozi per giocattoli che negli Stati Uniti hanno deciso di dividere i giocattoli per categoria, anziché per sesso (alle volte si riscopre l’acqua calda), alle numerose linee di prodotti naturali che quando propongono abiti lo fanno (solo) nei toni del bianco e del beige.
Rifiutare e demonizzare può però portare agli eccessi. Grazia di un anno fa, qua in Germania, dedicava un articolo alla nuova tendenza diffusasi tra alcune madri (tedesche suppongo) di non ‘riconoscere’ il sesso del figlio. I bambini sono cresciuti con oggetti e abiti che non dicono nulla della loro sessualità – e, quindi, la negano. Così si passa dalla piccola superstar coperta di paillettes, a una ragazzina che non sa nemmeno di essere femmina. Dubito che questa soluzione liberi veramente qualcuno, e francamente non vedo proprio perché essere maschio o femmina debba essere considerata una colpa da espiare.

Permettetemi un ultimo punto, prima di concludere. Certo, è meno grave perché noi siamo grandi e vaccinate, ma la pressione non si limita certo solo alle più piccole. Non solo le bambine sono trascinate in fretta verso un’adolescenza di flirt e vestiti ben abbinati, ma anche noi adulte siamo continuamente schiacciate verso quell’età ‘ideale’.
L’unica età concessa a una donna è quella del teenager. Ci chiedono corpi e facce che non sono i nostri, che non possono esserlo. Addominali scolpiti e un viso privo di segni. Ieri ho provato a comprare dei pantaloncini, online, e non ci sono riuscita perché erano tutti indossati da ragazzine. Non sono riuscita a capire cosa mi sarebbe stato bene e cosa no, perché vederli indossati da una quindicenne fa lo stesso effetto che appenderli: la stoffa non si tira, non fanno una piega. E io ho trent’anni. Mi immagino che effetto possa fare a una donna matura.
Qualche tempo fa, ricordo una bella signora accoglierci per una cena in stile norvegese, vestita con un abito popolare. Mi ha detto: - Questi vestiti stanno benissimo anche a mia madre, che ormai ha una certa età.
Non dico che dovremmo tutte andare in giro vestite come aiutanti di Babbo Natale, ma vi rendete conto? Tradizionalmente esistono dei vestiti in grado di modellare un corpo non più giovane, dei vestiti che stanno bene a donne formose, a corpi femminili che hanno dato la vita, a donne piene di esperienza. Dove sono finiti? A volte ho l’impressione che la nostra società sia regredita. Non siamo più in grado di parlare di morte, di grasso, di vecchiaia. Non potendo più essere quel che siamo, non sappiamo più chi siamo. E raccontano alle nostre bambine che potranno passare la vita in un negozietto rosa pieno di fiori, e a noi che potremo rimanere eternamente giovani.
Ma le favole ci insegnano che nei paesi dei balocchi non si è felici.

 
---------------------------------------------------------------------------------------------------
Bibliografia:

Di latitanze e di ‘pinkizzazione’ dei giocattoli, Mamma Dilettante 

What she can be, Kids’ modulor

Ispirarsi alla natura per amare tutti i colori non soltanto il rosa, Artscuola

La vie en rose e i mattoncini Lego, Dai Giochiamo!

L’apartheid di Lego per le bambine, Sabina Ambrogi



Labels: , , ,